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Writings

1 January 2026

Honesty

Honesty is neither a goal nor a badge: it is the only garment one has, and it cannot be taken off. A prose piece on the courage of those who ask for no reward.

This text exists only in Italian: below it appears in the language in which it was written.

Chi osa chiamarsene fuori? Siamo tutti onesti, per alzata di mano, nei grandi spazi, su richiesta espressa. L’onestà è come la lingerie, una sorta di sottoabito, che può valorizzare la persona senza ricorrere a fronzoli e che non si vede. Soli con noi stessi, davanti allo specchio, di fronte alle inesauribili prove della vita, siamo in grado di riconoscerci più o meno onesti; e forse nemmeno.

Quanti di noi ricorrono a verità di comodo per alleggerire la loro coscienza? “Siamo onesti…” E questa sentenza suona più come un monito che come un’esortazione.

Onestà, integrità, sincerità… quelli che ne parlano, chissà perché, sembra che vogliano pontificare, peccando di autoreferenzialità; come se l’onestà fosse un segno distintivo, un privilegio da scontare, un punto d’arrivo. Mentre la persona onesta è anche quella che, povera in spirito, non ha bisogno di sbandierarla, è semplicemente… semplice, candida, magari ingenua… E’ quella che arrossisce, che china la testa, che non è abbastanza emancipata, navigata, arguta, saccente.

Sicché l’onestà rischia di diventare una materia da insegnare nelle scuole, una branca della filosofia etica, un’“ardua”opportunità da offrire ad adolescenti in formazione. Entra nelle scuole, nelle istituzioni, nei salotti; sposa perfettamente il politically correct, sfreccia senza ostacoli nelle cricche di quartiere.

Non c’è un vaccino contro la disonestà, non c’è un antidoto e nemmeno una cartina tornasole. Sicché l’unico sistema per smascherarla è valutare l’excursus dell’umana esistenza, in base alle nostre scelte, alla coerenza, alla consapevolezza, agli esiti raggiunti nella vita. Le tentazioni sono tante: per ogni tentazione un subdolo tradimento, una caduta, un cedimento. E non mi riferisco solo ai luoghi comuni della carriera, del consenso, della ricchezza. E’ nel microcosmo della banale esistenza che si annidano le cadute di tono, i presunti pentimenti.

Mentre la persona veramente onesta non fa sacrifici per esserlo, non si compiange, non fa la lista di tutte le rinunce e di tutte le sconfitte. L’onestà è l’unico abito che ha, non pensa proprio di sfoggiarlo e non può levarselo perché non ha altro, come nella favola della camicia dell’uomo felice. Non è un traguardo, è un modo di essere. L’onesto, anche quando è infelice e si lecca le ferite che la sua integra vita gli ha inferto, non pensa minimamente di rivedere la sua tabella di marcia. L’onesto non chiede una ricompensa per la sua onestà: sa che nessuno gliela darà. L’onesto non sbandiera i suoi sacrifici. Sa che nessuno starebbe a sentirlo. L’onesto cerca di essere felice con quel poco che si può dare, se il resto ha un prezzo che non vuol pagare. L’onesto è pago perché ha il coraggio di riconoscere che la disonestà ha un prezzo troppo alto, o comunque, un prezzo che non è disposto a pagare. L’onesto si ama così com’è. L’onesto viaggia da solo in questo carrozzone rumoroso della nostra esistenza. E se qualcuno gli chiede la ricetta della sua integrità ti risponde che non si insegna, non se ne fa esperienza, non si studia… semplicemente si sente, si percepisce nel profondo dell’anima. E magari prova una gran pena per coloro che rincorrono i mille festoni della vita e non sono mai paghi di quello che hanno carpito, rubato. Non si considera virtuoso, semmai coraggioso, perché sostiene le sue idee anche contro tutti, non ha bisogno del mucchio, del branco, non si svende. L’onesto è quasi sempre in minoranza, perché i disonesti fanno quadrato, si riconoscono, si alleano, si sostengono.

L’onesto non da del tu a tutti ma non tradisce nessuno; non è un qualunquista, non intende compiacere nessuno. L’onesto si rinnova costantemente, si impegna con se stesso, non perde tempo a giudicare gli altri.

E’ bello essere onesti, è una vera ricchezza, un autentico benessere interiore: peccato che in pochi sanno assaporarlo e che la maggior parte faccia del suo meglio per non amarsi.